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Io e la musica

Tra le varie cose che non capisco, e non afferro proprio, c’è quella del riconoscimento “personaggistico” dei cantanti. Ci ripensavo l’altro giorno vedendo la diretta della festa di Radio Deejay. Più che altro mi cadeva sempre l’occhio sulla chat sotto, ed era tutto un trionfo di ultime vocali del nome ripetute (“Lorenzoooooo”, “Fioreeeeee” erano quelli che andavano per la maggiore).

E poi che questo è simpatico, quell’altro è antipatico (li conoscono?), e poi ancora altre vocali. Gente che crede nel sistema della musica, crede nei cantanti, compra i loro dischi. Mi sono anche sempre chiesto chi è che in generale va ai concerti. Io non saprei neanche da dove cominciare per sapere se e quando ci sono dei concerti. In casi estremi potrei valutare di andare a sentire della musica sotto casa, ma c’è chi riconosce questo o quel cantante come personaggi da seguire, e li “segue” anche in altre città.

Ne prendo atto umilmente, come cosa lontana, lontanissima da me, che da non ascoltatore di musica magari noncapiscigniente. Poi mi piace anche notare, ma qui il campo si allarga anche su altri campi, il baraccone comunicativo messo in piedi dai talent show, che poi secondo me sono nati per una certa coscienza sporca, quando la costruzione di quel mondo di “artisti” cominciava a scricchiolare e si doveva far vedere che invece no, il merito, la gavetta, l’espressività.

Qui però c’è l’aspetto notevole di osservare quelli che giudicano, e il mondo parallelo da loro creato e che legittimano a vari livelli. A parte le palesi e conclamate stonature, entrano nella parte inventandosi mancanze di passione su come affrontano il palco (legittimazione delle regole di quel mondo), o che quella canzone richiede un certo approccio (legittimazione dell’esistente).

E i ragazzi, che sono assolutamente dentro quel mondo, invece di rispondere: “machestaiaddì, è una canzonetta”, ci credono, e piangono. Va bene tutto, ma quando si fa piangere la gente, seppur rispetto a un enorme equivoco in cui si sono ficcati da soli, significa che si è andati un po’ troppo in là.