Miti alimentari

Una delle cose più difficili da spiegare al famoso marziano che dovesse venire a trovarci è quella dei miti alimentari. Un motivo di aggregazione come un altro, ogni città ha i suoi ovviamente. Nascono non si sa bene quando e come, forse per aggregazioni iniziali che poi si auto-alimentano (tipo Facebook), e poi sono duri a morire.

Non sono aggiornatissimo, ma a Roma ce ne sono sicuramente un paio a livello cittadino, e altri che però definirei para-alimentari perché legati più al posto che a ciò che ci si mangia. Curioso poi che qui in generale il mangiare bene non è che sia esattamente una priorità, e il nutrirsi è un concetto più alimentare che sociale (ed è un bene che sia così). Ed è anche curioso che di molti miti alimentari ci si serva di notte, quando invece ci si aspetta che un mito alimentare, in quanto mito, sia anche qualcosa di sano dal punto di vista degli orari.

Il primo è probabilmente più evanescente perché riguarda i gelati, terreno in cui c’è una forte concorrenza. Qui entrano sicuramente molto in gioco i quartieri, però a livello cittadino dovrebbe essere Fassi a detenere il titolo di mito alimentare. L’altro riguarda il tiramisù (?), che pare da un certo Pompi sia la fine del mondo.

Ora, posso capire se uno dice questo o quel ristorante, che nell’ottica di una cena completa e lunga può essere migliore di un altro, anche se poi quelli migliori hanno sempre prezzi al di fuori di qualsiasi logica legata al temporaneità dell’atto di mangiare. Comunque, quanto potrà essere diverso un gelato o un tiramisù da un altro? Anche solo per la grandezza, è già finito prima che te ne renda conto. Sarò grossolano ma non si capisce, come quelli che riconoscono le acque diverse o distinguono la Coca-Cola dalla Pepsi.

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